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Dopo aver scandagliato le ombre più oscure dell’America con Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer e The Menendez Brothers, Ryan Murphy torna su Netflix con un nuovo capitolo della sua antologia true crime: Monster: la storia di Ed Gein. Una stagione che, già dal titolo, promette di andare oltre la cronaca nera per esplorare il confine tra realtà, leggenda e ossessione collettiva.
Questa volta, il “mostro” è Ed Gein, figura reale che ha terrorizzato l’America rurale degli anni ’50 e che, suo malgrado, è diventata il modello per alcuni dei personaggi più iconici del cinema horror: Norman Bates di Psycho, Leatherface di Non aprite quella porta, e Buffalo Bill de Il silenzio degli innocenti.
Dal delitto al mito: chi era davvero Ed Gein
Ambientata nella cittadina di Plainfield, Wisconsin, la serie segue la parabola di un uomo introverso e disturbato cresciuto in un ambiente familiare tossico, dominato da una madre ossessiva e bigotta (una straordinaria Laurie Metcalf). Charlie Hunnam interpreta Ed Gein con una fisicità inquietante ma al tempo stesso fragile, restituendo un personaggio che oscilla tra il mostro e la vittima di un fanatismo materno e religioso.
Murphy e il co-creatore Ian Brennan scelgono di raccontare non tanto gli omicidi in sé, quanto il processo di deformazione interiore che li precede. Non ci sono solo il sangue e gli orrori della cronaca, ma una costante riflessione sulla solitudine, la repressione e la violenza del conformismo americano del dopoguerra.
Il true crime che riflette su se stesso
Fin dai primi episodi, Monster: la storia di Ed Gein rivela una struttura più ambiziosa rispetto ai capitoli precedenti. Accanto alla ricostruzione storica, la serie intreccia elementi di meta-narrazione, inserendo nella trama lo stesso Alfred Hitchcock (interpretato da Tom Hollander), come simbolo di un’industria che trasforma il male in spettacolo.
L’idea è affascinante: mentre Gein diventa inconsapevolmente l’ispirazione per Psycho, la serie mostra come la cultura pop inizi a nutrirsi dei suoi fantasmi, trasformando la realtà in finzione e, infine, in mito. Il risultato è un racconto che parla tanto di Gein quanto di noi spettatori, complici di quel fascino morboso verso il crimine che domina l’intrattenimento contemporaneo.
La regia e la fotografia per un’estetica del male
Visivamente, la serie abbandona le tinte patinate di Dahmer per un’estetica più sporca e fredda. Le inquadrature sono statiche, quasi soffocanti, e i toni desaturati evocano la desolazione del Midwest. La regia non indulge nel gore gratuito, ma suggerisce l’orrore attraverso dettagli e silenzi.
Il comparto tecnico è impeccabile: dalla colonna sonora inquieta di Mac Quayle alla scenografia meticolosa che ricrea una fattoria-prigione, tutto contribuisce a costruire un senso di disagio crescente. È un mondo dove la religione si confonde con la follia e il peccato con la punizione.
Il punto di forza principale è senza dubbio l’interpretazione di Charlie Hunnam, distante anni luce dai ruoli più glamour a cui ci aveva abituato. La sua versione di Gein è disturbante ma anche tragicamente umana, un uomo divorato da una fede distorta e da un amore materno soffocante. Laurie Metcalf, d’altro canto, offre una delle performance più intense dell’anno: la sua Augusta Gein è un personaggio biblico, fanatico, quasi demoniaco.
Ci sono però anche dei limiti. Alcuni episodi centrali rallentano e la serie, pur curata, tende a ripetere i toni moralistici tipici di Murphy. Inoltre, il continuo bilanciamento tra biopic e horror psicologico rischia di confondere chi si aspetta un racconto puramente realistico.

Le impressioni di tveserie.it
Monster: la storia di Ed Gein non è una serie “piacevole”. È lenta, densa, a tratti sfiancante. Ma è proprio in questo disagio che trova la sua forza. Lontano dal voyeurismo di molti prodotti true crime, il nuovo Monster cerca di capire cosa renda un uomo un “mostro” — e quanto la società, con le sue regole e ipocrisie, contribuisca a crearlo.
È una serie che non si limita a raccontare il male, ma ci costringe a guardarlo negli occhi, ricordandoci che la distanza tra spettatore e assassino, a volte, è solo questione di prospettiva.
Con questa terza stagione, Ryan Murphy consolida Monster come una delle antologie più discusse e divisive di Netflix. La storia di Ed Gein non è perfetta, ma è potente: mescola il fascino del mito americano con la crudeltà del reale, invitandoci a riflettere sul perché continuiamo a essere attratti dall’orrore.

Napoletana d’origine e torinese d’adozione, sono cresciuta tra un film di Hitchcock e una pizza da Sorbillo. Sono sempre alla ricerca di una nuova caffetteria o un nuovo sushi e adoro conoscere nuove persone e visitare posti nuovi, vicini e lontani.
