Contenuto dell’articolo
- 1 Diritto al silenzio: la borderline tra cronaca e sensazionalismo
- 2 Il dramma di Crans-Montana: la cronaca del momento
- 3 Il peso degli anni: il delitto di Garlasco e Liliana Resinovich
- 4 La Famiglia nel Bosco: quando la TV entra negli affetti
- 5 L’illusione di essere solidali attraverso lo schermo
- 6 Dare alle famiglie la possibilità di vivere il dolore in silenzio
- 7 Sottoscriviamo un impegno per una TV più umana
Diritto al silenzio: la borderline tra cronaca e sensazionalismo
Ciao a tutti, cari lettori e lettrici di TVeSerie. Oggi vogliamo riflettere su un tema delicato, a cui abbiamo già accennato in altre occasioni: come la televisione racconta i momenti più bui delle vite altrui. Non pensate che il dolore dovrebbe essere meno spettacolarizzato? Riflettiamoci insieme avvalendoci di 4 casi di cronaca che hanno riempito ogni tipo di programma TV negli ultimi mesi!
Come già discusso, spesso ci troviamo di fronte a programmi che trasformano tragedie personali in uno spettacolo in TV, dimenticando che dietro le telecamere ci sono padri, madri e figli che stanno vivendo un inferno. Il dovere di informare non dovrebbe mai superare il limite del rispetto umano, soprattutto quando si entra nell’intimità di un dolore che non appartiene al pubblico, ma solo a chi lo subisce. Esiste davvero il diritto al silenzio o no?

Il dramma di Crans-Montana: la cronaca del momento
Il caso più recente di Crans-Montana, con l’incendio devastante che ha causato 40 vittime a Capodanno, ci mostra quanto sia vorace la macchina mediatica. In pochi giorni, la tragedia è stata vivisezionata, cercando di catturare ogni lacrima dei parenti delle vittime o dei superstiti e ogni notizia sulle misure cautelari dei proprietari del locale dove si è consumato il dramma. Trattandosi di vittime molto giovani, la reazione generale è stata di grande commozione, ma le TV hanno continuato a parlare dell’accaduto e dei proprietari del locale fino a questo istante, senza rispettare il loro diritto al silenzio e all’elaborazione del dramma.
Il peso degli anni: il delitto di Garlasco e Liliana Resinovich
Casi come l’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco, che va avanti da 18 anni, o la scomparsa di Liliana Resinovich, dimostrano come la TV possa trasformare un lutto in una “saga” senza fine. Qui il rischio è che il pubblico inizi a vedere queste persone come personaggi di un giallo, perdendo l’empatia per la vittima e per il tormento dei familiari. L’Ordine dei Giornalisti sottolinea spesso l’importanza di non alimentare processi mediatici che possono ferire chi è già distrutto da un dolore interiore e che indubbiamente ha diritto al silenzio.
La Famiglia nel Bosco: quando la TV entra negli affetti
Diverso, ma altrettanto delicato, è il caso della “Famiglia nel Bosco”, di cui abbiamo anche parlato. Qui non si tratta di un delitto, ma della sofferenza legata alla separazione tra genitori e figli. Vedere una vicenda così intima, che riguarda la sfera degli affetti più profondi e dei minori, trattata come uno spettacolo in TV è profondamente doloroso. In questo contesto, la spettacolarizzazione non è solo superflua, ma dannosa, perché rischia di segnare per sempre la vita di chi vorrebbe solo ritrovare la propria serenità lontano dai riflettori e ha diritto al silenzio.
Come indicato nel Codice di autoregolamentazione TV e Minori, che tutela la sensibilità dei più piccoli e la dignità delle persone, dovremmo chiederci se sia davvero necessario mostrare tutto o se non sia più dignitoso abbassare le telecamere di fronte a un simile dramma familiare.

L’illusione di essere solidali attraverso lo schermo
Perché restiamo incollati a questi programmi? Voi cosa pensate? Si tratta di curiosità? Di empatia? Ci fanno riflettere le disgrazie altrui sulla nostra vita privata? Noi crediamo che la vera empatia non richieda dettagli morbosi. E non siamo gli unici: i media e le emozioni che suscitano, in un’analisi di contesti accademici come quelli della Sapienza Università di Roma, evidenziano come lo spettacolo in TV tenda a rassicurare lo spettatore, pur distanziandolo dalla sofferenza reale della vittima. Ma non lo rende edotto del diritto al silenzio da parte di essa o dei suoi affetti.
Dare alle famiglie la possibilità di vivere il dolore in silenzio
Il concetto che vogliamo ribadire con forza oggi è uno solo: diamo alle famiglie la possibilità di vivere il loro dolore in silenzio. Che si tratti di una perdita improvvisa come a Crans-Montana, di un sospetto che dura da anni o di una frattura familiare, il silenzio è la forma più alta di protezione. Le luci degli studi televisivi spesso bruciano la possibilità di una vera elaborazione del lutto o di una riconciliazione. Il diritto alla privacy, tutelato dal Garante della Privacy, deve tornare a essere un valore sacro.

Sottoscriviamo un impegno per una TV più umana
Quello che abbiamo voluto dire in questo articolo, cari amici di TVeSerie, è che la tecnologia e la diffusione dell’informazione sono strumenti che non si possono bloccare, ma che devono essere usati con coscienza. Possiamo restare informati sui fatti del mondo senza partecipare alla vivisezione del dolore altrui. La cosa più importante è ricordarsi che dietro ogni titolo di giornale c’è una ferita aperta. Scegliere di spegnere la TV o di non commentare i post sui social che alimentano la spettacolarizzazione è il nostro modo per stare davvero dalla parte delle vittime. Non vi pare?

Scrivo perché la parola è una magia che si ripete all’infinito

Pensavo che alla fine dell’articolo ci fosse una petizione inerente il codice etico del giornalismo, dell’informazione e dei palinsesti che avrei sottoscritto e condiviso volentieri: si può fare? L’attuale comportamento rasenta lo sciacallaggio, è irrispettoso e inumano, e direi anche ingiusto, quando spesso vengono fatte illazioni dandole per certezze con il risultato di mettere alla gogna persone prima che vengano completate le indagini da cui poi usciranno estranee ma portandosi dietro il peso del fango di cui sono state ricoperte. Evito di guardare questi programmi che circolano un po’ in tutte le reti ma mi disturba ugualmente sapere che ci sono e che non fanno che alimentare morbosità e sofferenza.
Buongiorno Marina. Grazie per averci scritto. Purtroppo, noi non possiamo entrare nel merito specifico, ma quello che possiamo fare dalla nostra rubrica è “denunciare”. Messaggi come il suo ci aiutano a capire meglio come indirizzare e dove le nostre denunce. Far sentire la propria voce e diffonderla è davvero importante e la ringraziamo molto per averlo fatto.